13 Dicembre 2011
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Rassegna stampa
di Francesco Jori, Mattino di Padova e Corriere delle Alpi, 11 dicembre 2011
Le Province sono inutili? Aumentiamole. Speriamo che non sia questo pure stavolta, l’effetto della scure annunciata dal governo Monti sull’ente intermedio.
Negli anni Settanta, il repubblicano Ugo La Malfa ne propose la soppressione, e il segretario del Pci Enrico Berlinguer si disse d’accordo; ma si convenne di attendere la piena operatività delle neonate Regioni, che si verificò con il decreto 616 del 1977. Nel frattempo, per non sbagliare, si introdusse un livello in più, i comprensori; che per fortuna ebbero vita breve. Quanto alle Province, non solo rimasero ma lievitarono: nel 1960 erano 92, oggi sono 110. Da sola, la Sardegna le ha addirittura raddoppiate, salendo da quattro a otto: inclusa l’Ogliastra, che ha meno abitanti della zona Arcella a Padova. Soltanto nove Province in tutta Italia hanno più di un milione di abitanti; in compenso, ventotto ne hanno meno di 250mila, più o meno la popolazione di Belluno, Treviso, Vicenza e Rovigo messe assieme.
Vecchia e ormai logora eredità napoleonica, esse soffrono di una fragilità ben spiegata dall’economista Maurizio Mistri con una semplice annotazione geografica: i capoluoghi di provincia del Nord Italia si trovano mediamente a una trentina di chilometri di distanza l’uno dall’altro, pari al tragitto massimo che una legione dell’Ottocento riusciva a compiere in un giorno a piedi. Malgrado tutto ciò, per tenerle in piedi si ricorre perfino a risibili forzature della lingua italiana. Quando, un paio di anni fa, l’Unione delle Province commissionò al Censis uno studio al riguardo, ne uscì la proposta di riconvertirle in “centri di condensazione delle istanze sociali ed economiche di area vasta”. E io mi scompiscio, avrebbe replicato Totò.
Pochi mesi fa, quando un’iniziativa di soppressione scaturì dal governo Berlusconi, la Lega tramite Calderoli si affrettò ad avvisare che in realtà si stava scherzando, perché ci si sarebbe limitati a cambiare l’etichetta sulla targa, chiamandole con un altro nome. Certo, si può discutere sull’effettiva portata del risparmio, che un sito documentato come “lavoce.info” ridimensiona dagli ipotizzati 12 miliardi a 2 (non pochi, comunque). Ma viene spontaneo chiedersi perché ci si ribelli alla sola idea di chiudere le Province, anzi nel caso della proposta Monti di ridimensionarle nei numeri e trasformarle in enti di secondo grado, quindi non elettivi. Perché gli interessati non mettono invece in campo una proposta alternativa di drastica revisione dei livelli istituzionali, che chiami in causa la pletora di enti territoriali oggi esistenti, dai bacini imbriferi montani agli enti parco, dalle Ato per le acque a quelle per i rifiuti? Perché si arriva fino al ricorso alla Corte Costituzionale, senza minimamente mettere mano a quello pseudo federalismo della confusione e della sovrapposizione che tanti guasti ha prodotto e continua a produrre, e non soltanto sulla spesa pubblica?
In un Paese in cui tutti reagiscono strillando all’indispensabile manovra sui conti, e in cui protestano perfino i proprietari di barche di lusso (quasi metà dei quali dichiarano un massimo di 20mila euro l’anno…), è essenziale che sia la politica a dare per prima il buon esempio, anziché andare a ingrossare le fila di coloro per i quali il risanamento s’ha da fare, purché non in casa propria. Altrimenti, non resterà che dare malinconicamente ragione a quella malalingua di Leo Longanesi, quando sosteneva che la nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: tengo famiglia.
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