da IL GAZZETTINO giovedi 14 aprile 2011

di Andrea Causin*

L'Italia è il paese delle questioni strumentalizzate e non risolte. Il problema del lavoro precario rappresenta in questo senso la contraddizione più grande. Da oltre 20 anni i giovani italiani sanno che l'ingresso nel mercato del lavoro deve essere flessibile, perchè è cambiato il modello produttivo.
Sanno anche che la tutela dei posti di lavoro a tempo indeterminato del pubblico impiego e della grande impresa ha dato origine a oltre 6 milioni di precari.  Sanno che il livello previdenziale adeguato di chi ha versato poco o nulla viene mantenuto con un sistema contributivo che di fatto azzera le prestazioni future. Sanno che il prezzo lo hanno pagato loro. I governi che si sono succeduti, di destra e di sinistra, hanno fatto norme per legalizzare situazioni di precarietà, diminuendo previdenza e diritti, e lasciando una generazione in balia di un mercato del lavoro poco trasparente, poco dinamico, fondato più sulla raccomandazione che sulla competenza.
Il sistema Italiano ha generato, nella legalità, e con il consenso sociale una generazione di nuovi poveri. Lavoratori preparati, disposti a tutto, poco pagati, senza tutele, in condizione perenne di fragilità contrattuale e psicologica.
Le banche hanno negato loro la fiducia lucrando sulla situazione di instabilità.


Oggi è perciò curioso osservare come la politica che ha fatto finta di non vedere, le organizzazioni di tutela, che poco o nulla hanno fatto per difendere e rappresentare questa generazione, e il sistema impresa che ne ha tratto lucro, si ergano a difensori dei precari. La maggior parte dei miei coetanei non vedono la fine del mese e soprattutto non vedono la fine del tunnel, nonostante una buona laurea ed esperienze di lavoro. Per tale ragione posso serenamente affermare che chi cavalca il problema della precarietà in modo strumentale compie un atto infame. I precari non sono dei numeri ma delle persone. E’ tempo di proposte e di risposte.
Ne voglio indicare quattro:
- definire un contratto unico a tempo indeterminato per tutti i lavoratori e le lavoratrici;
- concedere la libertà di licenziamento nel privato e anche nella pubblica amministrazione (ovviamente legato alle contingenze dell’andamento negativo dell’azienda o dell’ente, o all'inadempienza da parte del lavoratore).
- creare un vero mercato del lavoro, con un incrocio reale di domanda e offerta che valorizzi le competenze.
- ridurre il costo del lavoro relativamente alla parte degli oneri, mantenendo il netto in busta paga con un valore e potere d’acquisto adeguati.
La soluzione del problema del precariato è l'unica strada per poter chiedere, in modo credibile, la partecipazione dei giovani al futuro del Paese. Non possiamo togliere ai giovani la dignità, i soldi, la pensione e poi meravigliarci se non offrono il loro contributo alla società.
 

*Consigliere regionale    
“Gruppo Misto – Verso Nord”


 

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