da IL PICCOLO 11 maggio 2011

Decreto sviluppo: avanti adagio di Gilberto Muraro (Dipartimento di Scienze Economiche Università di Padova)

Non basta, ma va bene. Il recente Decreto Sviluppo appare poca cosa a  fronte della vastità del problema di un declino relativo che non si riesce ad invertire e che giorno dopo giorno ci allontana dalla pattuglia dei primi nel mondo occidentale. Però contiene  misure corrette, tutte tranne una, e   talvolta di non irrilevante efficacia. Quella non approvabile, che il Parlamento dovrebbe bloccare o almeno correggere  in sede di conversione in legge, riguarda la concessione di un diritto di superficie di novant’anni sugli arenili inedificati , cui si accompagnerà di fatto un condono mascherato  per le edificazioni esistenti.  Malissimo il condono , che non sarà certo eliminato dalla previsione che “le violazioni alla normativa vigente continuano ad essere perseguite” : quando mai, se sono state attuate  con la complicità di  un’amministrazione che chiudeva occhi e orecchie già in epoca di proibizione assoluta. Ma male anche la norma  per se stessa che, in epoca di rapidi mutamenti  e con tempi di ritorno in investimenti turistici  che spesso stanno sotto   i dieci anni,  sembra ispirarsi all’enfiteusi usata  nei secoli scorsi  nelle zone rurali. E poi  non è saggio  incitare a sfruttare di più  aree scarse e pregiate e addirittura farlo nel momento peggiore, quando la crisi della finanza locale spinge i comuni a vendere il vendibile e quando  una domanda  ancora cedente potrebbe assorbire una grande offerta di aree solo a prezzi stracciati  (condizionando quindi l’Agenzia del demanio che dovrà fissare il corrispettivo annuo del diritto di superficie “sulla base dei valori di mercato”).


Per il resto, il decreto introduce novità positive: il credito d’imposta alle imprese che assumano lavoratori stabili al Sud o che aumentino gli investimenti in ricerca presso le università; la stabilizzazione di molti precari nella scuola; le facilitazioni creditizie alle famiglie a basso reddito; l’istituzione di un’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche ( c’era un Comitato nazionale dal 1994, ora verrà  rafforzato dopo essere stato indebolito negli ultimi anni ); l’estensione del silenzio-assenso  in edilizia;  e soprattutto la raffica di  semplificazioni. Queste ultime toccano vari campi- dalla  privacy, alla carta d’identità , agli adempimenti burocratici in caso di distretti turistici definiti “zone a burocrazia zero” – ma in particolare  incidono sul rapporto tributario. Qui esse  alzano il livello delle semplificazioni nei conti e nei documenti;  allargano  lo spazio della compensazione  al posto del rimborso;  infine, e soprattutto, tolgono  ai contribuenti l’onere di dare informazioni che l’amministrazione deve già conoscere  o può recuperare attraverso banche dati ( il caso di pagamento con carte di credito).
Le semplificazioni  realizzano  in parte la filosofia della “revisione della spesa” avviata da Padoa Schioppa nel 2007-2008: non velleitari tagli  lineari al personale a leggi invariate, ma cambiamenti procedurali e strutturali che riducano effettivamente il fabbisogno di impiego pubblico. Da questo punto di vista , dunque, le semplificazioni non sono mai abbastanza tempestive e numerose, ma a una condizione: che  il settore pubblico si attrezzi rapidamente a farvi fronte, altrimenti rappresentano  una resa al mercato e in particolare agli operatori meno corretti. La semplificazione dei rapporti con il cittadino va dunque  completata con la riorganizzazione interna all’amministrazione; e occorrerà verificare che venga fatta. Ma soprattutto resta da fare l’alleggerimento strutturale dell’apparato  pubblico: riduzione della rappresentanza politica, smagrimento dei ministeri e   concentrazione degli uffici periferici, dai  tribunali alle prefetture  e a tanti altri uffici statali. Queste sono le riforme  a costo zero  che possono e devono essere fatte quando si afferma che non ci sono risorse per le misure espansive. E di queste il Paese resta in attesa.
 

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