12 Maggio 2011
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Rassegna stampa
da IL PICCOLO 11 maggio 2011
Decreto sviluppo: avanti adagio di Gilberto Muraro (Dipartimento di Scienze Economiche Università di Padova)
Non basta, ma va bene. Il recente Decreto Sviluppo appare poca cosa a fronte della vastità del problema di un declino relativo che non si riesce ad invertire e che giorno dopo giorno ci allontana dalla pattuglia dei primi nel mondo occidentale. Però contiene misure corrette, tutte tranne una, e talvolta di non irrilevante efficacia. Quella non approvabile, che il Parlamento dovrebbe bloccare o almeno correggere in sede di conversione in legge, riguarda la concessione di un diritto di superficie di novant’anni sugli arenili inedificati , cui si accompagnerà di fatto un condono mascherato per le edificazioni esistenti. Malissimo il condono , che non sarà certo eliminato dalla previsione che “le violazioni alla normativa vigente continuano ad essere perseguite” : quando mai, se sono state attuate con la complicità di un’amministrazione che chiudeva occhi e orecchie già in epoca di proibizione assoluta. Ma male anche la norma per se stessa che, in epoca di rapidi mutamenti e con tempi di ritorno in investimenti turistici che spesso stanno sotto i dieci anni, sembra ispirarsi all’enfiteusi usata nei secoli scorsi nelle zone rurali. E poi non è saggio incitare a sfruttare di più aree scarse e pregiate e addirittura farlo nel momento peggiore, quando la crisi della finanza locale spinge i comuni a vendere il vendibile e quando una domanda ancora cedente potrebbe assorbire una grande offerta di aree solo a prezzi stracciati (condizionando quindi l’Agenzia del demanio che dovrà fissare il corrispettivo annuo del diritto di superficie “sulla base dei valori di mercato”).
Per il resto, il decreto introduce novità positive: il credito d’imposta alle imprese che assumano lavoratori stabili al Sud o che aumentino gli investimenti in ricerca presso le università; la stabilizzazione di molti precari nella scuola; le facilitazioni creditizie alle famiglie a basso reddito; l’istituzione di un’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche ( c’era un Comitato nazionale dal 1994, ora verrà rafforzato dopo essere stato indebolito negli ultimi anni ); l’estensione del silenzio-assenso in edilizia; e soprattutto la raffica di semplificazioni. Queste ultime toccano vari campi- dalla privacy, alla carta d’identità , agli adempimenti burocratici in caso di distretti turistici definiti “zone a burocrazia zero” – ma in particolare incidono sul rapporto tributario. Qui esse alzano il livello delle semplificazioni nei conti e nei documenti; allargano lo spazio della compensazione al posto del rimborso; infine, e soprattutto, tolgono ai contribuenti l’onere di dare informazioni che l’amministrazione deve già conoscere o può recuperare attraverso banche dati ( il caso di pagamento con carte di credito).
Le semplificazioni realizzano in parte la filosofia della “revisione della spesa” avviata da Padoa Schioppa nel 2007-2008: non velleitari tagli lineari al personale a leggi invariate, ma cambiamenti procedurali e strutturali che riducano effettivamente il fabbisogno di impiego pubblico. Da questo punto di vista , dunque, le semplificazioni non sono mai abbastanza tempestive e numerose, ma a una condizione: che il settore pubblico si attrezzi rapidamente a farvi fronte, altrimenti rappresentano una resa al mercato e in particolare agli operatori meno corretti. La semplificazione dei rapporti con il cittadino va dunque completata con la riorganizzazione interna all’amministrazione; e occorrerà verificare che venga fatta. Ma soprattutto resta da fare l’alleggerimento strutturale dell’apparato pubblico: riduzione della rappresentanza politica, smagrimento dei ministeri e concentrazione degli uffici periferici, dai tribunali alle prefetture e a tanti altri uffici statali. Queste sono le riforme a costo zero che possono e devono essere fatte quando si afferma che non ci sono risorse per le misure espansive. E di queste il Paese resta in attesa.
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