16 Giugno 2011
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Riflessioni

Aldilà dell’enfasi sul risultato dei referendum rimane la necessità di affrontare temi complessi come la gestione delle risorse idriche. Non aiutano in questo senso le sparate del presidente pugliese Vendola sulla rimunicipalizzazione del suo acquedotto che, dati alla mano, perde oltre l’80% dell’acqua trasportata. Meglio le riflessioni del professor Gilberto Muraro che qui vi proponiamo.
E ora che succede nel settore dell’energia e nei servizi idrici? L’economia, in via immediata, non soffrirà nulla per il no al nucleare. Si era, infatti, ancora lontani dalla produzione e senza grossi investimenti avviati. Del nucleare in Italia si parlerà solo per aspetti residuali: completare l’interminabile e costoso programma di smantellamento delle vecchie centrali, che ancora racchiudono le scorie prodotte, non essendo riusciti a collocarle nel sito sicuro individuato in Basilicata (ma è da prevedere che se ne parlerà poco, tenendoci per quieto vivere il pericolo in casa); partecipare in campo scientifico alla ricerca internazionale, ma sarà inevitabilmente debole, mancando la prospettiva di uno sfruttamento nazionale; concorrere in campo industriale alla ricerca e alla produzione di energia atomica oltrefrontiera; importare più energia elettrica da centrali nucleari estere. Nessuna ricaduta drammatica, nemmeno in prospettiva, se si saprà varare con rapidità una politica energetica intelligente, con più efficienti incentivi al risparmio energetico e alle energie rinnovabili e con un più massiccio ricorso al gas, diventato abbondante grazie alla nuova fonte di metano da rocce scistose che oltretutto è collocata in paesi diversi da Nord Africa e Russia da cui dipendiamo ora. Di sicuro, tuttavia, non diminuirà, almeno non rapidamente, lo svantaggio competitivo del Paese nel costo dell’energia. Sarà quindi necessario aumentare l’efficienza del sistema economico generale; e in un Paese che da anni soffre di scarso dinamismo, l’obiettivo rischia di apparire una missione impossibile.
Non aiuterà ad aumentare l’efficienza dell’azienda Italia il no alla concessione del servizio idrico mediante gara. Dal ritiro degli investitori internazionali e in generale dalla caduta degli investimenti privati deriverà un onere che sarà insopportabile per la finanza locale. Non potrà quindi venir meno il prevalente finanziamento da tariffa a carico dell’utente; e questa aumenterà, se si vuole realizzare il programma di investimenti da due miliardi di euro all’anno per circa trent’anni che appare necessario per far fronte alle necessità del servizio, soprattutto per fognatura e depurazione. E a non farlo, si rischia, oltre al pericolo per la salute e l’ambiente, di incorrere in pesanti sanzioni da parte dell’Europa. Lo stesso scenario giuridico è problematico. Continua infatti a valere la normativa europea che non contempla affatto l’ affidamento senza gara a favore di società quotate in borsa e ammette solo a dure condizioni l’affidamento a impresa pubblica (controllata al 100% dagli enti locali che su di essa devono esercitare un controllo analogo a quello esercitato su un ufficio interno dell’amministrazione locale). Di fatto, anche la neonata Agenzia di vigilanza, rafforzata rispetto al precedente Comitato, avrà vita più dura e rischia addirittura di essere delegittimata in uno scenario in cui è prevalente il potere degli enti locali, spalleggiati da Regioni gelose dei propri poteri. Si deve quindi riflettere, subito e con molto realismo, su una nuova politica dell’acqua. Un elemento di tale politica potrebbe essere un intervento incentivante dello Stato a favore dei “Piani di ambito” già elaborati e che giacciono in gran parte non attuati per mancanza di fondi e difficoltà politica di aumenti tariffari. È la proposta che lanciai due anni fa, cercando di unire le necessità di interventi strutturali con quella di stimoli congiunturali alla ripresa. Essa appare oggi ancora più valida.
Gilberto Muraro
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